Back to Science Verona: due ore e mezza di laser su cadavere con cinquanta colleghi sudamericani

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Il dott. Luigi Mazzi e il dott. Raúl Banegas all'ICLO di Verona.

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Mi avevano dato un’ora. Ne ho usate due e mezza.

Sabato 3 ottobre 2026, alle undici e mezza, ero all’ICLO di Verona, il centro di formazione chirurgica su preparati anatomici. Il dottor Raúl Banegas, chirurgo plastico argentino, mi aveva chiesto di tenere una lezione nell’ultima giornata di Back to Science Verona, il corso che ha portato in città una cinquantina di colleghi dall’Argentina, dal Venezuela e perfino dal Perù. Nel programma c’era scritto: «Cápsula de Endolift X. Luigi Mazzi». Una capsula, appunto. Sessanta minuti, teoria e pratica.

Poi sono arrivate le domande. E non si sono più fermate.

Il dott. Luigi Mazzi con il dott. Raúl Banegas all'ICLO di Verona, al termine della lezione.
Il dott. Luigi Mazzi con il dott. Raúl Banegas all'ICLO di Verona, al termine della lezione.

Chi mi aveva chiamato non è uno qualsiasi. Raúl Banegas è un chirurgo plastico argentino che si occupa soprattutto di estetica del viso, socio di società scientifiche come l’americana ASPS, l’internazionale ISAPS e la latinoamericana FILACP. Scrive anche su Infobae, uno dei principali quotidiani online argentini. In uno dei suoi articoli c’è una frase che avrei potuto firmare io: a uno specialista in estetica servono due anni per perfezionare una tecnica e venti per imparare a dire di no. Quando ti chiama uno che la pensa così, ci vai.

Che cos’è l’ICLO e perché i chirurghi vengono a Verona da tutto il mondo?

Molti veronesi non lo sanno. Ma nella loro città c’è una struttura che fa una cosa sola: formare chirurghi sul corpo umano, prima che mettano le mani su un paziente. L’ICLO si definisce un centro di riferimento internazionale per la formazione chirurgica pratica e la dissezione anatomica. Secondo i dati che il centro stesso pubblica, organizza più di seicento attività all’anno e ha formato oltre diecimila chirurghi. Nella sede di Verona ci sono sei sale settorie e quarantadue postazioni chirurgiche. Ci passano neurochirurghi, ortopedici, otorinolaringoiatri, odontoiatri, chirurghi plastici.

Fa un certo effetto. Due settimane prima ero a Bangkok, a parlare di laser davanti a cinquecento colleghi al congresso mondiale WCAM. Questa volta erano i colleghi ad aver fatto più di diecimila chilometri per venire a studiare a Verona. Io di chilometri ne ho fatti tre.

Back to Science: perché tornare all’anatomia?

Il programma del corso si apriva con tre parole: volver a la ciencia, volver al criterio, volver al origen. Tornare alla scienza. Tornare al criterio. Tornare all’origine.

Non è uno slogan scelto a caso. Le prime due giornate erano dedicate all’anatomia del viso, una zona alla volta: fronte, tempia, orbita, naso, poi terzo medio, labbra, terzo inferiore e collo. Al mattino la teoria. Al pomeriggio la pratica al tavolo, con un tutor per ogni postazione che segue il lavoro senza sostituirsi alla mano di chi impara. La terza giornata aveva un titolo che mi è piaciuto subito: Clinical Judgment, giudizio clinico. Si è parlato di complicanze. Ed è lì che si inseriva la mia lezione.

Il motivo di tutto questo è semplice. In medicina estetica si iniettano ogni giorno prodotti in zone dove passano vasi e nervi che non perdonano. Un filler nel punto sbagliato della glabella o del naso può risalire lungo i rami dell’arteria oftalmica fino all’occhio. Eppure molti medici imparano le tecniche iniettive in un pomeriggio, su delle slide, a volte in un corso organizzato da chi vende il prodotto. Tornare all’anatomia vuol dire rimettere le cose nell’ordine giusto. Prima si conosce il territorio. Poi si decide se e come entrarci.

Back to Science Verona: la parte pratica al tavolo anatomico.
Back to Science Verona: la parte pratica al tavolo anatomico.

Cosa si impara su un cadavere che non si impara su un paziente?

Sul paziente non si sbaglia. O meglio, non si dovrebbe. Su un preparato anatomico si può. Si può ripetere lo stesso passaggio dieci volte. Si può sentire sotto le dita la differenza tra un piano e l’altro. Ci si può fermare, chiedere, ricominciare.

Con l’Endolift questo conta più che con altre tecniche. È un laser a 1470 nm che lavora da sotto la pelle, attraverso una fibra ottica sottilissima introdotta senza incisioni. Tutto si gioca sulla profondità. Se la fibra è troppo superficiale, si rischia di danneggiare la pelle dall’interno. Se va troppo in profondità, ci si avvicina a strutture che non vanno toccate. Il ramo marginale del nervo facciale, che corre lungo il bordo della mandibola e muove l’angolo della bocca. Il ramo temporale, che attraversa lo zigomo e solleva il sopracciglio. I vasi facciali, che incrociano la mandibola davanti al muscolo massetere.

Sulle slide queste strutture sono linee colorate. Sotto la pelle non hanno colori. La mano deve imparare a riconoscere il piano giusto da sola, e lo impara solo facendo. Nella parte pratica i colleghi hanno preso in mano la fibra, a turno, e hanno lavorato sul viso del preparato. Io stavo accanto a loro. Correggevo l’angolo, rallentavo un passaggio, facevo sentire la differenza tra un piano corretto e uno sbagliato.

C’è una cosa che voglio aggiungere, e che dico sempre anche ai colleghi. Sul tavolo c’è una persona che ha scelto di donare il proprio corpo perché altri potessero imparare. È un gesto che merita rispetto. Per questo nelle foto di questo articolo non si vede.

Perché un’ora è diventata due ore e mezza?

Perché ai colleghi non bastava sapere come si fa. Volevano sapere quando si fa. E soprattutto quando non si fa.

Ho spiegato quello che ripeto ogni giorno in studio. L’Endolift sul viso e sul collo e l’Endolift sul corpo funzionano bene su lassità lievi o moderate e su piccoli accumuli di grasso. Non sostituiscono un lifting. Quando la pelle in eccesso è tanta, la risposta onesta è la chirurgia. Oppure niente.

Poi mi hanno chiesto dei granulomi da filler. Non era in programma. Ma era la domanda giusta in una giornata dedicata alle complicanze da filler. In diversi Paesi dell’America Latina i filler hanno avuto per anni una grande diffusione e i colleghi ne vedono le conseguenze in ambulatorio, a volte a distanza di molto tempo. Ho mostrato come affronto queste lesioni con l’ILT, il laser intralesionale: la fibra entra nel granuloma e lo tratta dall’interno, senza bisturi. Un granuloma va letto come una struttura completa, con il materiale al centro, la capsula fibrosa che lo isola e l’infiammazione intorno. Se si tratta una parte sola, ritorna. Ne ho scritto più in dettaglio nella pagina sul trattamento dei granulomi da filler.

E ho insistito su un punto. Un nodulo prima si studia, poi si tratta. Il primo passo è un’ecografia ad alta risoluzione a 20 MHz. Ma spesso non basta. Per capire davvero cosa c’è sotto la pelle, quanto si è esteso il materiale e dove si è infiltrato, serve una risonanza magnetica. E non una qualsiasi: una risonanza letta da chi sa cosa cercare. I miei pazienti li mando all’Ospedale Pederzoli di Peschiera del Garda, dove lavoro, al reparto di Diagnostica per immagini diretto dal dottor Camillo Aliberti. Con lui e con la sua équipe lo studio dei granulomi da filler è diventato quasi una specializzazione, e sono pochissimi i centri che lo fanno con la stessa attenzione.

Nei casi più complessi, al Pederzoli possiamo contare anche su una TAC a conteggio di fotoni. L’ospedale è stato il primo in Italia a installare la NAEOTOM Alpha.Prime, che descrive come la tecnologia più avanzata oggi disponibile nella diagnostica TC. A differenza di una TAC tradizionale, conta uno per uno i fotoni che attraversano il corpo e ne misura l’energia. Il risultato sono immagini più nitide, con meno radiazioni e meno mezzo di contrasto, e informazioni in più sulla composizione dei tessuti, che aiutano a distinguere un materiale dall’altro. L’esame dura una decina di secondi. Per un granuloma, dove la domanda è sempre «che cosa c’è lì dentro?», non è un dettaglio.

Trattare un nodulo senza sapere cosa contiene è come operare al buio. Con immagini come queste, invece, so dove entrare con la fibra e dove fermarmi.

A quel punto l’orologio non lo guardava più nessuno. Nemmeno io.

Perché ne scrivo

Per due ragioni.

La prima riguarda i pazienti. Chi decide di fare un filler o un trattamento laser chiede quasi sempre quanto costa e quanto dura. Raramente chiede dove il medico abbia imparato. Dovrebbe farlo. La formazione su preparati anatomici non è un dettaglio da curriculum. È la differenza tra chi conosce il territorio in cui lavora e chi lo attraversa sperando che vada bene.

La seconda riguarda me. Insegnare è il modo più severo di verificare quello che faccio. Quando cinquanta colleghi ti chiedono perché tieni la fibra con quell’angolo, o perché su quel nodulo hai scelto di aspettare, devi avere una risposta. Se non ce l’hai, il problema non è loro.

Ho ringraziato Raúl Banegas per l’invito e gli ho detto che, se servirà, ci sarò anche la prossima volta.

Il cartello di benvenuto del corso, con l'Arena di Verona.
Il cartello di benvenuto del corso, con l'Arena di Verona.
Il badge del dott. Luigi Mazzi al corso Back to Science Verona.
Il badge del dott. Luigi Mazzi al corso Back to Science Verona.

All’ingresso del corso c’era un cartello con un disegno dell’Arena e una scritta in spagnolo: un viaje a la excelencia. Un viaggio verso l’eccellenza. Per chi è venuto dall’altra parte del mondo, lo è stato davvero. Per me è stata una mattina di lavoro a tre chilometri da casa. Ma di quelle che restano.

Domande frequenti

Che cos’è l’ICLO di Verona?

È un centro di formazione chirurgica pratica e di dissezione anatomica, con sede a Verona e una seconda struttura a San Marino. Ospita corsi per chirurghi di molte specialità, provenienti da tutto il mondo, che si esercitano su preparati anatomici prima di applicare le tecniche ai pazienti.

Perché i medici si formano su preparati anatomici?

Perché permettono di conoscere i piani, i vasi e i nervi in modo diretto, di ripetere i gesti e di sbagliare senza conseguenze per nessuno. Per le tecniche che lavorano sotto la pelle, come i filler o il laser Endolift, è il modo più sicuro di imparare dove si può lavorare e dove no.

L’Endolift insegnato al corso si può fare a Verona?

Sì. È una tecnica che utilizzo abitualmente nel mio studio di Verona, sul viso, sul collo e sul corpo, sempre dopo una visita che valuti se è davvero indicata. Non sostituisce il lifting chirurgico quando l’eccesso di pelle è importante.

I granulomi da filler si possono trattare senza chirurgia?

Oggi la chirurgia è una vera eccezione. Quasi tutti i granulomi da filler si trattano con il laser intralesionale (ILT), che agisce sulla lesione dall’interno attraverso una fibra ottica da 300 micron. Prima però il nodulo va studiato con un esame di imaging, come l’ecografia ad alta risoluzione, la risonanza magnetica o la TAC a conteggio di fotoni, per capire cosa contiene e come affrontarlo.

Parliamone

Se hai un nodulo dopo un filler, o ti chiedi se l’Endolift possa fare al caso tuo, la cosa migliore è parlarne di persona. Valuteremo insieme cosa serve davvero. E se non serve niente, te lo dirò.