Siliconomi ai linfonodi ascellari: cosa sono e quando ha senso preoccuparsi

CONDIVIDI:

siliconomi ai linfonodi ascellari

Tabella dei Contenuti

Chi porta protesi mammarie in silicone sente spesso parlare di “rottura” dell’impianto. Molto più raramente compaiono termini come siliconomi o “linfonodi pieni di silicone”, che suonano subito allarmanti. In realtà si tratta di una complicanza poco frequente e, soprattutto, gestibile. Conoscere di che cosa si tratta aiuta a leggere eventuali esami o controlli con più lucidità e meno paura.

Che cos’è un siliconoma linfonodale

Il siliconoma è, in sostanza, una reazione infiammatoria cronica del tessuto: il corpo si accorge che in un punto sono arrivate piccole quantità di silicone libero e reagisce circondandole, isolandole, creando una sorta di “granuloma”, cioè una risposta da corpo estraneo.

Nel contesto delle protesi mammarie questo può succedere quando una certa quantità di gel di silicone fuoriesce dall’involucro della protesi, sia per una vera rottura, sia per un lento “trasudamento” del gel nel corso degli anni. Le particelle di silicone vengono raccolte dal sistema linfatico del seno e trasportate ai linfonodi dell’ascella. È qui che, accumulandosi, possono provocare un vero e proprio “intasamento” linfonodale: in termini semplici, un linfonodo pieno di silicone che reagisce infiammandosi. Questo è il siliconoma linfonodale.

Dal seno all’ascella: il percorso del silicone

Per capire cosa succede, è utile immaginare il sistema linfatico come una rete di piccoli canali che raccolgono liquidi e “scarti” dai tessuti e li portano verso dei filtri naturali, i linfonodi. Il seno non fa eccezione: anche da qui partono vasi linfatici che drenano verso i linfonodi regionali, soprattutto quelli dell’ascella.

Se il silicone esce dalla protesi, viene intercettato proprio da questa rete. Le particelle seguono il percorso linfatico e si fermano nei linfonodi ascellari. All’interno del linfonodo, il silicone può farlo aumentare di volume e stimolare una risposta infiammatoria cronica: il linfonodo si ingrossa, cambia struttura, accumula granulomi da corpo estraneo. In ambito medico questa situazione viene chiamata spesso “silicone lymphadenopathy”, cioè linfoadenopatia da silicone.

Come si può manifestare

Nella pratica quotidiana, un siliconoma a carico dei linfonodi ascellari può farsi notare in modi diversi. Alcune donne percepiscono un gonfiore o uno o più noduli palpabili in ascella, altre riferiscono soprattutto una sensazione di tensione, di pesantezza o di fastidio, non sempre associata a dolore vero e proprio.

Molto spesso, però, i linfonodi alterati vengono scoperti del tutto per caso, durante un’ecografia, una risonanza o una mammografia eseguite per controllare le protesi o come parte dello screening del seno. Proprio qui sta il punto delicato: un linfonodo ingrossato per accumulo di silicone, all’osservazione radiologica, può “assomigliare” a un linfonodo sospetto per metastasi. Per questo motivo non va mai liquidato con superficialità, ma interpretato con la giusta attenzione.

Siliconoma non significa tumore

È fondamentale ribadirlo con chiarezza: il siliconoma linfonodale non è un tumore. Non è una forma di cancro, non è contagioso, non è una malattia “maligna”. È una reazione infiammatoria cronica a un materiale estraneo, in questo caso il silicone.

Il problema nasce dal fatto che, dal punto di vista clinico e radiologico, un linfonodo ingrossato e modificato dal silicone può somigliare molto a un linfonodo interessato da malattia oncologica. È qui che entrano in gioco l’esperienza dello specialista e una corretta lettura della storia clinica: tipo di protesi, da quanto tempo sono presenti, eventuali interventi o complicanze precedenti.

Quando, nonostante le immagini e l’anamnesi, rimane un margine di dubbio, è spesso necessario eseguire una biopsia linfonodale. Prelevare una parte (o tutto) il linfonodo e farlo analizzare al microscopio permette di arrivare a una diagnosi definitiva e togliere dal tavolo l’ipotesi di un tumore.

Come si arriva alla diagnosi

Il percorso diagnostico di solito inizia con una visita accurata. Il medico palpa il seno e le ascelle, valuta la presenza di noduli, indurimenti o gonfiori e raccoglie informazioni sulla storia delle protesi: da quando sono state impiantate, se sono già state sostituite, se ci sono stati traumi o interventi recenti.

A questa fase seguono gli esami strumentali: l’ecografia dei linfonodi ascellari, spesso associata alla valutazione ecografica delle protesi, e, quando indicato, una risonanza magnetica dedicata proprio agli impianti mammari. Questi esami aiutano a capire se la protesi è integra o se ci sono segni di rottura e se nei linfonodi è presente materiale compatibile con silicone.

Quando le immagini non bastano per sciogliere i dubbi, si passa a un ulteriore step: un agoaspirato o una biopsia escissionale del linfonodo. L’esame istologico permette di vedere la tipica reazione granulomatosa da corpo estraneo con presenza di silicone e, nello stesso tempo, di escludere con precisione un interessamento neoplastico.

Cosa succede se viene diagnosticato un siliconoma ascellare

Una volta confermata la diagnosi di siliconoma, non esiste una soluzione “uguale per tutte”: la gestione è sempre personalizzata. Si tiene conto delle condizioni generali della paziente, del quadro radiologico complessivo, dello stato delle protesi (integre, sospetta rottura, rottura certa) e dell’intensità dei sintomi: quanto fastidio danno quei linfonodi? Limitano i movimenti del braccio? Creano dolore?

In alcuni casi è sufficiente una semplice osservazione nel tempo, con controlli clinici e strumentali periodici, soprattutto quando i linfonodi sono stabili, poco sintomatici e la diagnosi è chiara. In presenza di una protesi rotta o molto usurata, invece, può essere opportuno programmare la rimozione e/o la sostituzione degli impianti, specie se l’estravaso di silicone è evidente.

Quando i linfonodi sono molto ingrossati, creano dubbi diagnostici non risolvibili con i soli esami o causano dolore e disturbi importanti, si può valutare l’asportazione selettiva dei linfonodi più coinvolti. Lo scopo è duplice: avere una conferma istologica definitiva e ridurre i sintomi, migliorando la qualità di vita.

Quando è il caso di farsi vedere

Per chi ha protesi mammarie in silicone, alcuni segnali meritano sempre una valutazione specialistica. Tra questi, un gonfiore o noduli in ascella che persistono nel tempo, cambiamenti della forma o della consistenza del seno, un dolore o senso di “peso” al seno o all’ascella che non regredisce, arrossamenti o indurimenti che non rientrano nelle usuali sensazioni già conosciute dopo l’intervento.

È importante ricordare che la presenza di questi sintomi non significa automaticamente che la protesi sia rotta o che siano presenti siliconomi. Significa però che è il momento giusto per un controllo mirato, per escludere problemi più seri e, se necessario, pianificare altri accertamenti.

In sintesi

I siliconomi linfonodali ascellari sono una complicanza rara legata alla migrazione del silicone dalle protesi ai linfonodi regionali attraverso il sistema linfatico. Nella grande maggioranza dei casi non rappresentano una minaccia per la vita, ma vanno riconosciuti e interpretati correttamente per non confonderli con patologie oncologiche.

Valutare con attenzione lo stato delle protesi, impostare un follow-up adeguato e decidere insieme allo specialista se limitarsi al monitoraggio o intervenire su protesi e/o linfonodi permette di gestire questi quadri in modo consapevole. Un percorso strutturato di controlli periodici e una comunicazione chiara tra paziente, radiologo e chirurgo plastico sono gli elementi chiave per ridurre ansia e incertezze, mantenendo sempre al centro la sicurezza e il benessere della paziente.